Chi sono

Utente: MariellaT
Nome: Mariella T


Sono uno spirito libero e amo quelli che mi somigliano.

Amo chi tenta strade inesplorate e, per quanto mi riguarda, non sono mai stanca di imparare.

Tra una cosa e l'altra scrivo poesie e, più raramente, racconti. E questi qui sotto, del poeta premio Nobel Octavio Paz, sono i versi che meglio interpretano il senso che vorrei avesse anche la mia scrittura.


El puente



Entre ahora y ahora
entre yo soy y tù eres,
la palabra puente.

Entras en ti misma
al entrar en ella :
como un anillo
el mundo se cierra.

De una orilla a la otra
siempre se tiende un cuerpo,
un arcoiris.

Yo dormiré bajo sus arcos.

(Octavio Paz)


(la "parola ponte", già...)

Quello che cerco nella poesia è "la parola ponte", per dirla con Octavio Paz e con Hikmet, tra gli altri. La parola che unisce me a te, quella che ci rende riconoscibili l'uno all'altro al di là delle distanze spazio-temporali e culturali. La poesia che preferisco è quella che sa farsi ponte, non barriera: non è una porta chiusa, non è un vuoto suono che si compiace di se stesso. E quella che vorrei saper scrivere è la poesia del quotidiano, appunto, che sa indagare nel profondo cogliendo il dettaglio e restando aderente al reale; è quella "semplice", che non vuol dire banale e che ha lo splendore dell'illuminazione; è quella dell'universo femminile, che sa di attese e di pace, di amore e dolore, di pazienza e di frustrazioni.


Alcune delle cose che ho scritto sono in queste raccolte



Più riguardo a Viaggiare con bisaccia & penna

Immagine di Nata il 21 marzo

Immagine di Kimere d'Autore

In senso inVerso

Di pieno e di vuoto3

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lunedì, 29 giugno 2009

Se il tempo (di Mario Torre)




Musica, composizione immagini e versi di Mario Torre.
postato da: MariellaT alle ore 19:04 | link | commenti (2)
categorie: musica, mario
mercoledì, 29 aprile 2009

Like a frozen land

I

cosa debba suggerirmi, questo foglio
bianco, non so. nulla, probabilmente.
perché nulla più si muove, in questo
muscolo corrotto che chiamano cuore.
nulla di nulla, niente più. si muore.

 

II

in una goccia di olio di sandalo
ho intinto un polpastrello
quindi ho strusciato l'indice, lentamente
sulla pelle dei polsi. dopo ho annusato
e sì, avevo un buon profumo.

non provo che silenzio, adesso.


III


alle tre passate, pensavo
il mondo è disteso a letto. dorme
chi si agita tra le lenzuola. dorme
chi si lamenta nel sonno. e forse russa
chi dorme. acciambellato nella cuccia
anche il cane.

 IV

 e poi c'è questo... non mi viene la parola...
questo lontano abbaìo che si trascina
da ore, lamentoso. e d'improvviso s'acquieta. 

 

V

'senti qua ...'. [un palpito
stantuffa sangue nelle vene. caldo.
e fiotta il sale di un dolore antico
lungo ignote correnti. innominate ]
e quelle colmano gli argini degli occhi
intanto che palpebre e ciglia si tendono
nell' atroce sforzo di contenerle. cede
per un appena la voce. articolando
un 'non importa ...'.

questione di attimi.

[l'intera vita, sai
è tutta appesa ad attimi
di angoscia, o a sprazzi
di smemorata gioia.
e dire che per caso,
per errore, o per scelta,
avrei potuto non rispondere.
l'intera vita, sai
è tutta appesa a scelte.]

quelle che poi non tracimano.
restano lì accucciate
sulle rive.

 

(colonna sonora: lagrimas negras)



 

 

mercoledì, 01 aprile 2009

Rendimi il bacio che uccide

Rendimi il bacio che uccide

il sogno che non provvede

a disincagliarsi dal petto,

poi abbandonami all'istante

più duro, che ho miele amaro

in fondo ad un sorriso. Rendimi


il bacio che stride più forte

nell'ora del sangue rappreso,

e privami del fumo delle dita

che serrano labbra a sere

sincere di stupore. Puro fiele

il futuro, ancorato alla vita.

 
domenica, 15 marzo 2009

Ho bisogno di pace

(A Rachel Corrie)
E
sono qui
di nuovo
dentro la forma
del mio vestito
cucito
con fili di sole

Nulla mi manca
per essere felice
Nulla, tranne la pace
del tuo sorriso indifeso

Ma sta passando la guerra
adesso, alta sulla mia testa
come una bianca scia di gas
nell'azzurro

E' come un rombo ovattato
in questo silenzio che parla di te
il sibilo di un aeroplano che ora
è solo una preoccupazione in più
un fastidioso ronzìo senza senso
il volo di un calabrone
in un mattino di primavera

E sono qui
di nuovo
Sorrido e mi abbraccio forte
L’unica guerra che voglio combattere
adesso
è quella del mio corpo dentro il tuo
del tuo nel mio
Ho bisogno di amore, io
ho bisogno di pace

Nulla mi manca
per essere felice
Nulla, tranne la luce
del tuo sorriso arreso

(marzo 2003)

N.d.A E' singolare che questa poesia io l'abbia scritta proprio nei giorni in cui moriva Rachel Corrie (1979-2003) e scoppiava la guerra in Irak. Oggi la dedico a Rachel, giovane sognatrice americana,  morta in Palestina a soli 23 anni per difendere un' idea di Pace.


 


postato da: MariellaT alle ore 22:46 | link | commenti (7)
categorie: poesia, amore, poesia amore, per la cronaca
mercoledì, 07 gennaio 2009

Grazie, Ben

Salve a tutti. E' molto tempo che latito, lo so, però questo posto resta un angolo speciale, e gli amici di splinder restano amici anche se "ci si vede" poco. Buon anno a tutti, per cominciare.

 Vorrei ringraziare pubblicamente, anche in questo spazio, l'amico Benito Ciarlo ( http://www.ciarlopoesie.splinder.com ) che molto gentilmente mi ha dedicato una pagina nel suo blog.

 

http://ciarlopoesie.splinder.com/tag/mariella+tafuto

postato da: MariellaT alle ore 19:57 | link | commenti (8)
categorie: recensioni, poesia
sabato, 15 novembre 2008

The moon, a black cloud, the wind and me

La mano nera di una nuvola
/nera/
ha abbrancato la luna stasera

Lei era piena piena e sorrideva
/sincera/
mentre quel mostro lesto l’avvolgeva
dentro il drappo compatto del suo nero

Ho chiesto al vento che soffiava
/forte/
di liberarla in fretta quella luna
perché era piena piena e sorrideva
prima che la ghermisse quella nera
nuvola nera

D’un tratto lei è riapparsa, e non poteva
dire se fosse stato grazie al vento
oppure grazie a me
che alzando /gli occhi/ al cielo
per lei ho tremato

E mi ha sorriso ancora
e l’ho guardata
come se quella sventurata luna
rapita
dalla furia rapace di una nube
fosse il mio stesso cuore
/pieno pieno/
che intero ancora stava

Come se fosse libero
/lontano/
dalla tua mano nera

venerdì, 24 ottobre 2008

I nostri sogni sono come fogli


I nostri sogni sono come fogli
di carta bianca
che riempiamo di segni e ghirigori
multicolori
e che mettiamo spesso a far da schermo
sul parabrezza delle nostre vite
nei bei giorni di sole

Poi vien la pioggia i sogni a macerare
E li rende poltiglia
postato da: MariellaT alle ore 23:12 | link | commenti (25)
categorie: poesia, riflessioni, poesia introspettiva, versi di sale
mercoledì, 15 ottobre 2008

Io me ne andrei... ( Siamo tutti prigionieri di Gomorra? )

Leggo questo articolo su "La Repubblica.it" ...

 

La denuncia di Saviano: circondato dall'odio per le mie parole
Vado via perché voglio scrivere ed ho bisogno di stare nella realtà

"Io, prigioniero di Gomorra
lascio l'Italia per riavere una vita"

di GIUSEPPE D'AVANZO


“Andrò via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo . 'Fanculo il successo.

Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".

La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo.

Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti.

"Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così.

Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro.

Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?".

Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici.

Da: La Repubblica del 15 ottobre 2008




 
postato da: MariellaT alle ore 16:09 | link | commenti (10)
categorie: riflessioni, per la cronaca
sabato, 04 ottobre 2008

Aiutami a ricordare



Aiutami a ricordare, mosca che voli rasoterra
che rasoterra ronzi silenziosa, mosca
anche se aspetti il freddo dell’inverno
per morire, per morire solo di una piccola
morte sconosciuta. Ti rivedrò in un bicchiere
a Natale, di quelli buoni, tirati via per l’occasione

dalla vetrina? Aiutami a ricordare, c’era l’uva
matura e tu, pazza, succhiavi succhi soavi
tessendo trame di ubriachi giri nel rosso
dei filari; e d’oro erano gli acini, e sembravano
maiuscoli soli agli occhi tuoi composti
e agli scomposti tuoi voli.

Cosa è successo dopo non rammento, povera
mosca che più non mi assilli; è pieno autunno
e rasoterra sfrecci, condannata. Spogliàti sono
i tralci, e gli acini schiacciati, eppure è ancora
estate, eppure pare. Aiutami, a ricordare.
postato da: MariellaT alle ore 17:54 | link | commenti (9)
categorie: poesia, amore, poesia introspettiva
lunedì, 15 settembre 2008

In parata

Ecco che arrivano

 sfilano arrese
come armate cenciose
prigioniere di un dolore
che non ha voce o nome
e lente  avanzano
sbranate dall’indifferenza
avvilite dalla vergogna
consunte da fame e sete
gelate di solitudine
vittime dell’abbandono
nuovamente umiliate
le parole

e non sanno che dire